Biografia

Antonio Pilato nasce a Grotte, paese della provincia di Agrigento, in cui prestissimo non resta indifferente davanti alle problematiche esistenziali angoscianti degli oppressi, di pirandelliana memoria ed evocati dallo scrittore L. Sciascia, che conosce personalmente e di cui sente il respiro sofferente dei personaggi delle zolfare e dei “carusi”, durante i brevi incontri estivi a Racalmuto. Frequenta, da pendolare, per alcuni anni l’accademia di Palermo, ma mal sopportando l’impostazione didattica, che non tarda a definire pedante e carceraria, e per le nuove esigenze sopravvenute di carattere spirituale si scrive nella facoltà di pedagogia e filosofia, dove si laurea con la tesi su “I problemi di estetica in Croce”.

Trasferitosi a Milano nel 1976/77, alterna l’insegnamento della filosofia e della pedagogia negli Istituti superiori, con la frequenza saltuaria del libero corso di composizione a Brera, dove stringe rapporti di amicizia di lunga durata con  G. Migneco (neorealista), suo conterraneo e con L. Veronesi (esponente astrattista italiano), coi quali matura il meglio del processo di sintesi linguistica e formale, consona alla sua originale personalità.

Partecipa a numerose mostre con artisti già noti nel mondo dell’arte e in spazi altamente qualificati.

TEMATICA

Il tema costante della pittura di Antonio Pilato, “Immagine e realtà e la forza della speranza” vuole essere un atto di denuncia, con risvolto etico educativo, contro ogni forma di prepotenza, di violenza psicologica e di sfruttamento economico dell’uomo sull’uomo, che muove in quest’ultimo il bisogno “disperato” di “fuggire” dall’incatenamento cieco e crudele, ricorrendo a mezzi anche di fortuna , come all’esodo clandestino, operato da criminali scafisti senza scrupoli e disposti a tutto, senza pietà neppure per i bambini.

DIDASCALIA

L’animale marino che richiama le forme dello squalo, rappresenta simbolicamente la forza cieca, irrazionale, egoista, tirannica, oppressiva e persecutoria, che fa essere ognuno lupo dell’altro: “homo homini lupus”, di hobbesiana memoria, ma soprattutto dei potenti, dei politici, che sono causa della sofferenza dei più deboli, e per restare attenti ai fatti di attualità, anche della fuga disperata dei richiedenti asilo: uomini, donne, madri con bambini, con qualsiasi mezzo di fortuna, per la speranza di giungere nei luoghi dove l’esistenza è più degna di essere vissuta.A prima vista le immagini, che hanno una evocazione etica, sembrano ripetersi, in verità variano negli spazi e nei colori luminosi, e rappresentano idee simboliche, pur ispirate alla realtà: la violenza cieca dell’uomo più forte sull’uomo più debole, che spinge quest’ultimo disperatamente alla fuga. Le immagini nascono dalla voce interiore e acquistano un carattere di assoluta libertà introspettiva.